UNA SFIDA AL NULLA – Palazzo Tagliaferro

UNA SFIDA AL NULLA

DANIELE SIGALOT

a cura di Viana Conti con Christine Enrile

VISITABILE FINO AL 1 AGOSTO

fino al 20 giugno da giovedì a domenica ore 15.00 – 19.00
dal 24 giugno da giovedì a domenica ore 19.00 – 23.00
ingresso libero

MAIN PARTNER: WEM EMPOWERING ART PLATFORM

SI RINGRAZIA: CHIRALE

 

DANIELE SIGALOT

Sarà la mostra “Una Sfida al Nulla” di Daniele Sigalot a riaprire la stagione espositiva del Contemporary Culture Center di Palazzo Tagliaferro. L’inaugurazione, con ingressi contingentati e diretta Facebook è prevista il 14 maggio dalle ore 15.30 con apertura fino alle ore 20.00. La rassegna, promossa dal Comune di Andora, dedicata a questo giovane artista di talento, che ha al suo attivo mostre internazionali e una passata, intensa, esperienza sul terreno della pubblicità, che lo ha iniziato ai dispositivi di richiamo di attenzione, di capa-cità di persuasione, di potenziale comunicativo, nei confronti di un possibile interlocutore, sarà visitabile fino al 1° agosto. Daniele Sigalot depositario di una strategia, nella messa in atto di progetti ideati con-cettualmente e messi in opera visualmente, trova la modalità estetica di coniugare la for-ma all’idea, realizzando grandi scenari di installazioni site-specific. “Una sfida al nulla” si articola in una sequenza di installazioni che coniugano i topoi dell’artista agli stilemi architettonici di Palazzo Tagliaferro, riproducendone perfino i fregi nei suoi tappeti di capsule medicinali colorate. Titolo: Ciò che era vuoto è ora pieno di vuoti. Infatti il pubblico di Contemporary Culture Center si confronta con una composizione, a pavimento, di ansiolitici che riconducono, metaforicamente e psicologicamente, agli ef-fetti depressivi indotti dal martellante linguaggio ansiogeno dei mezzi di comunicazione di massa e dei social. in epoca di pandemia da Covid 19, diffuso senza soluzione di conti-nuità. Una parete bianca diventa “geometrico” bersaglio, a cerchi concentrici, di 128 micro-aeroplani in acciaio, prodotti dall’azienda Wem. Realizzato solitamente in carta con la tecnica orientale dell’origami, questo oggetto d’arte si carica di una doppia valenza oscil-lante tra il ludico, in mani infantili, e il bellico, in mani adulte. Ossessivo il gesto ripetitivo per realizzarlo, ironico il ribaltamento del materiale da fragile a resistente. 

L’installazione “Bip”, formata da micro-aerei ora ossidati e ora lucenti, mentre da una parte rinvia a un inquietante segnale acustico elettronico, dall’altra delinea, a parete, una sorta di Zeta di Zorro, di cattelaniana memoria. Le curatrici della mostra, Viana Conti e Christine Enrile, invitano il pubblico a vivere l’evento espositivo, fin dall’ingresso, come un’autentica sfida al gioco, instaurando con Daniele Sigalot un rapporto di complicità e coinvolgimento. Il contesto estetico in cui si muove Sigalot si connota come critico e autocritico insie-me. Consapevole della difficoltà di comprensione immediata di un prodotto d’arte con-temporanea, assume, ora il ruolo dello spettatore informato, che frequenta le fiere d’arte e le grandi rassegne internazionali, ora quello del contestatore, che banalizza gesti d’artista come, a titolo d’esempio, quello del “taglio iconico” di Lucio Fontana, dei barattoli di merda di Piero Manzoni, delle Zuppe Campbell di Andy Warhol, che chiunque potrebbe praticare. La serie dei Post-it in acciaio: Questo lo potevo fare anch’io, Niente di significativo qui, Quando ho comprato quest’opera d’arte evidentemente avevo abusato di Champagne, esposti in mostra, ha proprio questa funzione paradossalmente autocritica. Fotografie di segnali d’emergenza di fumo colorato in mare e altri elementi di provoca-zione e sfida, mentre inducono lo spettatore a riflettere, citano anche artisti come Catte-lan e Koons, attivi/reattivi in simile contesto. Ancora in questo spirito, la scritta neon Azzurro crea un effetto di rosso sulla parete. L’installazione in acciaio riflettente “Quando il soffitto scoprì di non essere più lì”, in una delle splendide sale di Palazzo Tagliaferro, mirabilmente restaurate, restituendo vita agli affreschi, ma lasciando parte del soffitto bianco, rappresenta la perfetta espressione di leggerezza e gioco dell’assurdo a cui l’artista vuole introdurci. Daniele Sigalot, in un’epoca in cui l’anthropos può arrivare a un secolo di vita, lavora sulla dimensione temporale come nell’installazione elettronica “Enough” Funzione dell’o-pera è rispondere alla domanda sulla sua possibile validità, trascorsi mille anni dalla rea-lizzazione. L’artista affronta, in una società di massa, connotata da un’irrefrenabile con-sumismo, con lucida ironia e spirito ludico/critico, la questione della gratuità del gesto ar-tistico in termini di profusione, ripetizione miriadica dello stesso oggetto, ambiguità per-cettiva, eccesso. “Daniele Sigalot si impegna in una puntigliosa ricerca del senso giusto là dove non esi-ste o non cessa di negarsi. Ogni sua opera, ogni sua mega-installazione, rappresenta un cangiante autoritratto il cui soggetto si interroga senza aspettare alcuna risposta. È forse un gioco assurdo, una sfida al nulla, una sistematica pratica di autonegazione? L’effetto ottenuto, comunque, è quello di far riflettere lo spettatore, su quei valori di fondo che sono venuti a mancare, sulle profonde questioni dell’essere, avvolgendolo in fantasmago-rici scenari onirici. I suoi feticci sono oggetti, attitudini, parole, provocazioni al senso del-l’esistenza e del far arte”. 

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