LOOKING EASTWARD – Palazzo Tagliaferro

LOOKING EASTWARD

EVELYN BENCICOVA | ELENA CHERNYSHOVA | RANIA MATAR

a cura di Christine Enrile

ingresso libero

da giovedì a domenica ore 19 – 23

Tre donne, tre fotografe, tre generazioni a confronto e tre modi completamente diversi di osservare e interpretare la realtà che le circonda.

EVELYN BENCICOVA

classe 92, è una giovane creativa visiva, originaria di Bratislava specializzata in fotografia e direzione artistica. Formatasi nell’ambito delle belle arti e dei nuovi media, grazie agli studi presso l’Università di Arti Applicate di Vienna, Evelyn riesce a combinare il suo interesse per la cultura contemporanea allo studio accademico, creando delle opere in cui la ricerca concettuale incontra quella visiva dando vita ad ambientazioni ricercate ed esteticamente accattivanti. Evelyn non si definisce una fotografa in quanto sperimenta diversi media attraverso i quali prova a raccontare la sua personale visione del mondo.La serie “Artificial Tears”, è stata realizzata nel 2017. In questo progetto l’artista si chiede come sarà il futuro dell’intelligenza artificiale mettendo in risalto interrogativi quali la dipendenza, moralità e i pregiudizi che il genere umano si pone rispetto a questa tematica. L’intelligenza artificiale fa sentire l’uomo divino in quanto creatore di qualcosa di molto potente ma allo stesso tempo lo fa scontrare con la sua fragilità e il suo essere mortale, facendogli prendere coscienza di poter essere sostituito da un dispositivo. Molteplici le incognite legate a questa problematica ma Evelyn isola un quesito in particolare: Cosa distingue l’uomo dalla macchina?. L’osservatore comprenderà come gli scenari proposti non mostrino necessariamente un futuro in cui la macchina si comporta come l’uomo ma piuttosto, o allo stesso tempo, un mondo in cui l’essere umano agisce come un automa.
Nella seconda serie in mostra, “Asymptote”, si ritrovino molte caratteristiche legate alla visione surreale e ipnotica di Evelyn, come la ricerca di spazi affascinanti, la struttura rigorosamente geometrica delle immagini, l’uso di colori freddi e lividi, in questo caso fusa con la preponderante presenza del colore rosso. La serie è stata realizzata in strutture architettoniche originarie dell’era socialista in quanto il lavoro è un’interpretazione personale della vita nella Cecoslovacchia dell’epoca. In questa serie passato e presente, memoria e realtà si fondono. In questo caso Evelyn studia lo stato attuale della società e i suoi valori. L’artista vuole mettere in luce come vi siano molti punti in comune fra passato e presente e come ogni periodo abbia a che fare con gli stessi demoni che si ripresentano sotto altre vesti.

In mostra anche il fashion film “Asymptote” (2016), co-creato da Evelyn con Adam Csoka Keller e Arielle Esther, un video ipnotico ed ermetico in cui le opere fotografiche della serie Asymptote di Evelyn Bencicova prendono vita. I soggetti, che si muovono con una compostezza innaturale, creano essi stessi un modello diventando parte della composizione nella sua totalità. Ogni persona è privata della sua individualità per diventare una forma unificata. Questo percorso porta a creare uno schema dell’assurdo in cui ogni differenza è un’anomalia. Gli individui sono dominati da una forza estranea di cui sono vittime impotenti ma anche complici in quanto rendono manifesta questa forza ed agiscono sotto il suo impulso.

ELENA CHERNYSHOVA

Nata a Mosca nel 1981, l’artista ha sviluppato la passione per lo strumento fotografico durante i suoi studi presso l’Accademia di Architettura. Dopo aver esercitato per due anni l’attività per la quale ha studiato, Elena ha deciso di abbandonare il suo lavoro per intraprendere un viaggio in bicicletta di 30.000 km. Il percorso, iniziato da Toulouse, in Francia, passando per Vladivostok e ritorno, l’ha portata ad attraversare 26 paesi permettendole di entrare in contatto con culture ed esperienze lontane dalla sua quotidianità. 1004 giorni di viaggio che l’hanno arricchita e messa alla prova dal punto di vista culturale e umano e che le hanno permesso di sviluppare la sua ricerca investigativa imperniata sull’analisi delle condizioni di vita dell’essere umano e sulla sua capacità di adattamento, in particolari condizioni politiche, economiche e ambientali. Elena ha ricevuto nel 2011 il prestigioso riconoscimento, consistente in una borsa di studio, dalla Fondazione Jean-Luc Lagardère, di Parigi, ente che pone al centro della sua attività il sostegno ai progetti più innovativi ed originali di giovani talenti con l’obiettivo di promuovere la diversità culturale e di sostenere e incoraggiare le nuove promesse del mondo dell’Arte. La serie Days of Night – Nights of Day ci mostra come scorra la vita a Norilsk, città  raggiungibile unicamente per via aerea e via mare solo quando la navigazione lo consente. Questo centro abitato è infatti collegato da un’unica strada e una linea ferroviaria al porto di Doudinka che apre le rotte verso Murmansk e Arkhangelsk permettendo un contatto con la civiltà. Durante l’estate, da giugno a settembre, il fiume Yenisei, apre le sue rotte creando un collegamento fra Norilsk e Krasnoyarsk che all’epoca di Stalin portava al Gulag ed era quindi conosciuto come la “strada della morte”. La città e le sue industrie metallurgiche e minerarie vennero infatti costruite nel 1936 dai prigionieri del Gulag che lavoravano in condizioni disumane di freddo estremo e fame. Durante un ventennio furono 500.000 i prigionieri che lavorarono a Norilsk e migliaia di loro persero la vita. Con la chiusura del campo correttivo di lavoro Norillag i prigionieri lasciarono la città ed il governo dovette trovare una soluzione per incentivare i lavoratori a partire per il nord. Vennero offerti salari quattro volte superiori rispetto alle altre regioni del paese e la promessa di un appartamento dopo 15-20 anni di servizio. In seguito al collasso dell’Unione Sovietica il programma di sviluppo del Nord venne abbandonato e, mancando vantaggi finanziari, Norilsk perse il suo fascino. La città divenne il principale centro della compagnia Norilsk Nickel, leader mondiale nella produzione di nickel e palladio, che ad oggi produce il 2% del prodotto interno lordo della Russia. Il reportage fotografico realizzato dall’artista, è animato dal desiderio di indagare la capacità di adattamento dell’uomo in condizioni di isolamento, disastri ecologici e clima estremo. Norilsk a causa delle sue industrie è infatti una delle dieci città più inquinate al mondo.  La vita della popolazione in queste zone è particolarmente dura e caratterizzata da freddo intenso, temperature medie sotto lo zero, venti freddi, cielo grigio e aria inquinata. Il periodo più freddo dura 280 giorni all’anno e più di 130 giorni sono caratterizzati da tempeste di neve. Le temperature oscillano tra una massima di -10° e una minima di -55° in inverno, periodo nel quale per due mesi la città è inghiottita dalla notte polare e il sole non raggiunge mai l’orizzonte. Per questo motivo i cittadini di Norilsk soffrono la cosiddetta “sindrome della notte polare” che causa ansia nervosismo, sonnolenza o insonnia. L’avvilimento psicologico e la mancanza di nuovi stimoli provoca in molti casi la depressione. 

RANIA MATAR

Nata in Libano, naturalizzata statunitense, residente a Boston. Intrapresi gli studi di architettura Rania Matar decide presto di dedicarsi a tempo pieno alla fotografia e all’insegnamento presso il Massachusetts College of Art and Design. I suoi lavori focalizzano l’attenzione su donne e bambine, nate negli Stati Uniti o in Medio Oriente, accomunate da una stessa ricerca di identità. È lo sguardo di una donna, di un’artista, di una madre, di un’ex adolescente quello filtrato dall’obiettivo di Rania Matar, che riprende lo specchio del Mondo, di una psiche in formazione, di un modello ambientale e culturale, nella fattispecie sia statunitense che medio-orientale, come quello del soggetto femminile della pre-adolescenza e adolescenza. Le opere dell’artista sono conservate nelle collezioni permanenti di numerosi musei, istituzioni e collezioni private di tutto il mondo. Nel 2018 Rania Matar ha vinto la Guggenheim Fellowship, un premio concesso ogni anno dal 1925 dalla statunitense John Simon Guggenheim Memorial Foundation a chi “ha dimostrato capacità eccezionali nella produzione culturale o eccezionali capacità creative nelle arti”.
Nella serie L’Enfant-Femme vengono presentati singoli ritratti fotografici legati all’infanzia, immagini di bambine in transizione verso la fase adolescenziale. Le pose spontanee evidenziano la femminilità delle ragazzine a volte truccate altre volte vestite con abiti da adulti. L’unica indicazione data dall’artista alle bambine è stata quella di non sorridere e di mettersi a proprio agio, assumendo una posizione naturale. L’anima del progetto consiste nel catturare le loro emozioni: inquietudine, angoscia o sicurezza. Le opere riflettono il linguaggio del corpo, l’evoluzione della personalità e l’iniziale messa alla prova del loro appeal femminile.
Rania Matar aggiunge poi la serie Becoming, la naturale continuazione della serie l’Enfant-Femme, ecco gli stessi soggetti, fotografati anni dopo nel medesimo luogo, a rappresentare uno dei temi ricorrenti del lavoro dell’artista ovvero il passare del tempo. Con l’utilizzo della pellicola, le ragazze non potevano vedere immediatamente il risultato della fotografia, e questo le convinceva ad affrontare l’impegno della sessione fotografica più seriamente. I soggetti fotografati nella serie precedente fra i 9 e 12 anni, vengono in questo caso ritratti fra i 13 e 16 anni e il cambiamento è sconvolgente. Commovente e allo stesso tempo accattivante è notare i cambiamenti non solo a livello fisico, tramite il linguaggio del corpo, i gesti delle mani, la posizione dei piedi, ma soprattutto a livello di personalità.
Unspoken Conversation si concentra ed enfatizza la tematica dello scorrere inesorabile del tempo e del rapporto madre e figlia. Le fotografie rivelano i diversi rapporti familiari. In alcuni casi si percepisce tenerezza e affetto in altri lo scatto mostra una situazione di tensione e competizione fra madre e figlia. In questo ciclo fotografico la femminilità viene esplorata nei due momenti importanti dell’adolescenza e dell’età adulta. L’analisi di Rania Matar si concentra sull’essenza dei soggetti, sulla fisicità, vulnerabilità, sul momento della crescita e sull’avanzare degli anni. Analogie e apparenti differenze culturali convergono verso la bellezza di una comune umanità.
Nella serie She si ritrovano giovani donne talvolta fotografate molto più giovani per altre serie. Donne che guardano intensamente l’obiettivo o il cui sguardo assorto si perde verso l’orizzonte. Ragazze consapevoli di appartenere ormai al mondo degli adulti e forse pensierose a causa di questa loro nuova fase della vita. L’artista indaga cosa vuol dire essere una ragazza, una donna. Rania Matar si concentra su giovani donne, dell’età delle proprie figlie, che devono affrontare una nuova realtà per la quale non sono ancora preparate e che molto spesso non è così rassicurante e glamour come viene presentata dai social media. In questi scatti viene ritratta la cruda bellezza della loro età, vulnerabilità, identità, di un’individualità in crescita che appartiene a tutto il genere umano. L’artista vuole andare oltre l’artificiosità delle foto che le ragazze pubblicano sui social, ritraendole attraverso la sua visione di madre, fotografa, donna, senza l’utilizzo di “filtri”.
In Girl in Her Room, presentata in una piccola preview in occasione della Photo Week 2018, sempre presso c|e Contemporary e riproposta, in sintesi, in questa personale, Rania Matar ritrae ragazze adolescenti circondate dai loro oggetti personali, quali componenti importanti nella loro maturazione e crescita. L’artista ha inizialmente lasciato scegliere ai propri soggetti il luogo dove essere ritratti. Avendo alcune di loro optato per la propria cameretta, Rania Matar ha intuito che questo poteva essere lo spunto per un progetto. L’idea ha preso inizialmente forma con fotografie delle sue figlie, delle loro amiche o ragazze che l’artista già conosceva, per poi andare oltre, scegliendo ragazze sconosciute, costruendo con loro il legame fotografa/modella. Rania Matar trascorre sempre del tempo con i suoi soggetti in modo che si sentano a proprio agio, creando una bellissima ed intima collaborazione. I primi scatti di questa serie ritraevano unicamente adolescenti statunitensi, il progetto fotografico si è poi evoluto includendo anche ragazze del Medio Oriente: due mondi familiari a Rania Matar in quanto da lei vissuti, in prima persona, come giovane donna.

 

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