FOKUS KOREA: POSTMODERN SHORT STORIES – Palazzo Tagliaferro

FOKUS KOREA: POSTMODERN SHORT STORIES

Giovedì 18 luglio 2019 ore 18.00
inaugurazione mostra “FOCUS KOREA “Postmodern – short stories”

Nell’ambito del progetto Cultura Coreana in movimento 2019
a cura di Christine Enrile

prevista la presenza all’inaugurazione del Console Generale della Repubblica di Corea a Milano Yoo Hye-ran

ingresso libero
mostra fino  al 31 luglio 2019
da giovedì a domenica ore 19 – 23

L’evento espositivo è programmato nel contesto dell’iniziativa culturale, promossa dal Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano, denominata “Cultura Coreana in Movimento 2019”, a cui l’Assessorato alla Cultura del Comune di Andora aderisce in una comune condivisione di intenti e stima reciproca dimostrata dalle frequenti visite ad Andora dei Consoli Generali della Repubblica di Corea a Milano.

FOCUS KOREA “Postmodern – short stories” è il titolo dell’importante progetto espositivo che offrirà ai visitatori dI Palazzo Tagliaferro una visione dello stato attuale della fotografia contemporanea della Corea.
Appassionati e collezionisti potranno così approfondire la conoscenza di uno dei paesi asiatici più dinamici e ricchi di storia e tradizioni grazie all’internazionalità del linguaggio fotografico che permette il superamento di qualsiasi barriera, anche linguistica.
Il progetto ideato dal Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano, realizzato grazie al finanziamento della Korea Foundation,curato da Christine Enrile fondatrice e direttore artistico di CEContemporary, è nato con l’obiettivo di promuovere il talento di giovani artisti e per condividere l’attuale realtà dell’arte contemporanea coreana con il pubblico italiano e non solo.

Le opere esposte sono state selezionate attraverso un concorso rivolto ad artisti coreani emergenti con un comune denominatore ovvero quello di provenire da paesi europei 

La giuria, formata da professionisti del settore, ha operato tenendo conto della contemporaneità, dell’originalità, della ricerca linguistica e dell’efficacia comunicativa espressa da ogni opera decretando vincitori Gihoon Kim, Shinwook Kim, Minhee Ahn, Dohyeon Eom, Cho Daso e assegnando una menzione speciale a Moon Choi.

La visione del mondo degli artisti, espressa nelle straordinarie fotografie, ha alcune tematiche di fondo ricorrenti quali la ricerca di modelli estetici, di denuncia di stereotipi di massa, di riflessione su stati emozionali, di rappresentazioni di paesaggi interiori.
I fotografi attraverso la loro ricerca estetica, linguistica e tecnica mettono in opera sistemi generativi di strutture semi- narrative profonde, attivano meccanismi di attenzione alle differenze, riflettono sulla derealizzazione del soggetto, sulla perdita di identità di un’umanità condizionata da una società globale e dall’informazione di massa, denunciano con graffiante ironia gli stereotipi di massa, ci restituiscono un’interpretazione della realtà fatta di slittamenti, riflessi e ribaltamenti.

Introduzione all’esposizione

Premessa. Una visione critica di segno Postmodern presiede alla selezione dei cinque artisti-fotografi coreani e di una sesta fotografa con Menzione Speciale, a partire dalla loro ricerca estetica, linguistica, tecnica, innervata nel contemporaneo.
Elemento di fondo e comune denominatore degli autori esposti in MIA PHOTO FAIR, Milano, è la loro formazione e residenza in Europa. Aperta su un orizzonte in cui si specchiano Oriente e Occidente, la loro Weltanschauung/Visione del Mondo, è riflessa nella loro opera. Ricorrenti tematiche di fondo sono la ricerca di modelli estetici, di figure di identità- differenza-anonimato, di rappresentazione di paesaggi interiori, di denuncia di stereotipi di massa, di stati emozionali.
Teorizzato dal filosofo francese Jean-François Lyotard con l’opera La Condition Postmoderne del 1979, il movimento indica la fine delle grandi metanarrazioni e l’insorgere del frammento e della discontinuità nel panorama della cultura e del sociale, fattore che motiva il titolo dello stand Focus Korea – Postmodern: Short Stories.
Ulteriori elementi del Postmodern sono la sparizione delle suddivisioni categoriali nelle discipline artistiche, la citazione come appropriazione di stilemi del passato, l’insorgere di un’economia globale nelle società a capitalismo avanzato, l’influenza dei massmedia nella cultura di massa, una visione del sociale irriducibile a un progetto unitario, l’onnipotenza e l’onnipresenza della tecnologia informatica e della scienza nei modelli culturali e nei rapporti interpersonali tramite i social networks, il venir meno del contatto diretto del soggetto con la realtà, la tendenza verso una telecrazia che confronta incessantemente l’individuo con una rappresentazione mediata di eventi lontani nello spazio e nel tempo, ma verso cui la sua coscienza è impegnata a prendere posizione.

Gihoon Kim (nato nel 1990 in Korea, si diploma all’Università di Design di Mokwon, Corea del Sud e completa la sua formazione all’Haute École des Arts du Rhin, Strasburgo, Francia) è un giovane artista che opera anche con il video e la performance. Kim Gihoon sceglie il mezzo fotografico per rappresentare la derealizzazione del soggetto, la perdita di identità di un’umanità condizionata da una società globale e dall’informazione di massa. La sua capacità introspettiva e la sua sensibilità si riflettono nella ripresa fotografica di soggetti, di interni abitativi, di quartieri delle periferie metropolitane in cui abitano minoranze sociali e categorie deboli. Ricorrente è la sua tematica dei  Portrait of no identity, in cui si evidenzia formalmente la sua capacità di astrazione e di sintesi e umanamente la sua empatia socio-antropologica.

Shinwook Kim (nato a Seoul nel 1982, si diploma nel 2012 alla Fine Art Goldsmiths University of London, nel 2014 termina un master in fotografia al Royal College of Arts) è un artista che con i mezzi  della fotografia costruisce una sua dimensione introspettiva notturna, realizzando una mise en abyme in cui si duplica incessantemente un passaggio di soglia dallo stato vigile allo stato ipnotico. Un esempio visivo di questo suo processo operativo è leggibile nel ciclo di opere intitolato The Night Watch 2011-2017, che riprende, durante il servizio militare, una sua ronda notturna fatta, in solitaria, in una zona di confine tra la Corea del Nord e quella del Sud. Lo stato di stanchezza accomunato alla tensione che lo attraversa, transitando in una zona demilitarizzata, ma a rischio, gli fanno scambiare per una persona un grande tronco d’albero in cui si è improvvisamente imbattuto. Da quel momento i suoi scatti fotografici riprendono, tra dominanti cromatiche verdi e viola, l’aspetto fantasmatico della foresta in cui deambula come in un sogno ad occhi aperti. La notte, la luce spettrale, che illumina i bordi delle chiome degli alberi, conferiscono alla sua opera un’immagine otticamente magnetica e psichicamente gotica. Shinwook Kim è profondamente attratto dai confini immateriali tra Paese e Paese, dai terreni di nessuno, dai non-luoghi, come gli aeroporti e le sale d’aspetto, teorizzati da Marc Augé, dagli stati di slittamento tra il reale e l’immaginario.

Minhee Ahn (nata nel 1991 in Cheong-Ju, Repubblica della Korea, si è diplomata in Art and Design al Shingu College di Sungnam-si, Department of Photography & Image Media, successivamente si è laureata alla Kyungil University di Gyeongsan-si, South Korea, sezione School of Photography & Motion Picture, completando poi gli studi alla Bauhaus University di Weimar, città in cui vive e lavora, Germania) è un artista che opera con la fotografia e il set fotografico per denunciare, con graffiante ironia, gli stereotipi di massa relativi, in particolare, ai dettami della moda nell’abbigliamento, negli accessori, nel culto del corpo, del make-up, dei segnali di omologazione per creare un’appartenenza al gruppo, come l’eccessiva magrezza, le unghie ricostruite, i tatuaggi, i piercing ed altri stratagemmi inventati dall’industria della “bellezza”. Un’industria nata già negli anni Venti e progredita rapidamente nelle società capitalistiche, improntate a un consumismo di massa. Esilarante e corrosivo il suo ciclo fotografico intitolato Your hands, in cui protagoniste sono, imprevedibilmente, non le belle mani lisce e morbide di una mannequin, ma rugose zampe di gallina con lunghe unghie smaltate di rosso lacca, affondate in un mare di perle o impreziosite dai marchi di Gucci, Dior, Prada. Il suo ricorso al glamour, al glitter, al Kitsch, alza il livello critico della sua provocatoria denuncia, che mette anche in correlazione i fattori bellezza e prezzo e stimola, in chi guarda, la consapevolezza del grado di condizionamento subito dall’immaginario collettivo.

Dohyeon Eom  (nata nel 1987, Ulsan, South Korea, residente a Saint-Denis, Francia) è un’artista orientale che vivendo e viaggiando in un Paese dell’Occidente, attiva meccanismi di attenzione alle differenze, al Genius loci, del Paese che attraversa, come la città di Lisbona, in Portogallo, che ha adottato per le pareti esterne delle case, dopo un terribile terremoto nel 1755, quelle lucenti piastrelle decorate di ceramica, a dominante azzurra, chiamate azulejos, che solitamente caratterizzavano le cucine e le sale da bagno delle case nobiliari. Sensibile a questo ribaltamento di una decorazione da interni all’esterno, sia per motivi estetici che sociali, realizza un ciclo fotografico su plexiglass, intitolato Story on the Reverse of Lisbon in cui una parete di azulejos è accostata ora ad un portale interno, ora a un pavimento in degrado o ad altre situazioni. L’immediatezza comunicativa di questa artista si ritrova anche nel dialogo tra astrazione e figurazione, dettaglio e sintesi, dimensione temporale e spaziale.
Dohyeon Eom definisce Matière blanche, nel suo lavoro fotografico, componenti immateriali come la luce, l’aria, il potere spirituale del Papa, il vuoto come assenza.

Daso Cho (nato nel 1970, vive e lavora a Parigi, Francia) formatosi all’École Nationale Supérieure d’Architecture de Paris Lavillette mette in opera, nelle sue straordinarie fotografie, un sistema generativo di strutture semio-narrative profonde, desunte dal Quadrato semiotico del ricercatore lituano Algirdas Greimas, a sua volta derivato dal quadrato delle opposizioni di Aristotele, al fine di classificare testualmente concetti oppositivi, come bello-brutto, maschio-femmina, vita-morte, nelle loro composite varianti (contrari, contraddittori, subcontrari…). La sua formazione semiologica ha come esito opere fotografiche in cui il soggetto diventa instabile, fluido, immerso in una realtà di metaconcetti. Quando fotografa una poltrona nera su un fondo rosso in uno spazio vuoto, oppure un tavolo neutro in uno spazio neutro, pittoricamente tonale, e li intitola donna o uomo, coglie simultaneamente la presenza e l’assenza di quel soggetto, ora inteso come ente, ora come non-ente, cioè niente. Nella sua opera filtra anche la dimensione del sogno, dell’inconscio, del suo stato emozionale, come sa esprimere, ad esempio, in questo delicato verso della poesia Le songe d’une nuit d’été: Quelle joie d’être un photographe rêvant au plein milieu du printemps tout vert? 

Special Mention 

Moon Choi (nata a Seoul, Korea, nel 1969, si diploma in fotografia nel 2011 all’Istituto Europeo di Design di Milano, vive e lavora a Como), è una fotografa sensibile alle seduzioni e tensioni del backstage durante le sfilate d’Alta Moda. La sua aperta capacità percettiva prende evidenza nel riprendere le Nature Morte, animandole con luci, ombre, mosso, riflessi, a dominante grigio-azzurra. Attualmente, sta lavorando al ciclo Bi,rain che ha come protagonista la pioggia, elemento naturale che costituisce un diaframma ottico, mentale, psicologico, tramite il quale l’artista interpreta la realtà. Al di là del velo liquido, che crea sdoppiamenti, riflessi, abbagli, ribaltamenti del cielo nelle pozzanghere della strada, all’ascolto del rumore bianco e rilassante della pioggia sul selciato e sul tetto, il ritmo e lo scenario della giornata cambiano di intensità, aprendosi a riflessioni, meditazioni inedite. La pioggia, nelle sequenze fotografiche di Moon Choi, ha il potere seduttivo, al di là dell’impatto fisico, di dare immagine a una condizione liberatoria, onirica, che riporta il soggetto umano alla potenzialità emozionale dei giorni dell’infanzia.

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