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Le Faux Miroir

Palazzo Tagliaferro 

sono lieti di presentare

Le Faux Miroir

Federico Gori | Antonio Lo Pinto | Silvia Mei
Noemi Montanaro | Liesje Reyskens | Anna Witt

Visibile

Vania Comoretti

mostra a cura
di Nicola Davide Angerame

inaugurazione sabato 23 novembre 2013 h18 – 22

INGRESSO LIBERO
24 novembre 2013 – 12 gennaio 2014
Evento in collaborazione con Comune di Andora
orari d’apertura: da giovedì a domenica ore 15 – 19
Le mostre saranno visitabili anche nei giorni 26, 27, 30 e 31 dicembre e 1 gennaio ore 15 – 19

contemporary.palazzotagliaferro.it | info@palazzotagliaferro.it | info: 348 90 31 514
Evento in collaborazione con Comune di Andora

 La prima stagione espositiva del centro di cultura contemporanea di Palazzo Tagliaferro ad Andora si conclude con due nuove mostre d’arte che affrontano il temadella relazione con la realtà da un punto di vista dell’apparato visivo e dell’occhio in un’ottica che trae da una delle opere principali del pittore surrealista belga, René Magritte.

“La nascita di nuovi musei e centri d’arte contemporanea in tutto il mondo, dalla Cina all’America Latina e fino ai Paesi del Medio Oriente, stanno dimostrando come l’arte contemporanea sia diventata ormai un linguaggio globale, capace di attraversare barriere linguistiche e culturali per dare accesso ad immagini che aspirano all’universalità”, “L’arte di oggi si nutre di nuove idee ma anche e soprattutto del dialogo con gli spazi espositivi, che diventano sempre più motivo d’ispirazione per gli artisti e di piacere estetico per i fruitori, oltre che occasione di mantenimento e valorizzazione del patrimonio storico di una città e di un Paese. Palazzo Tagliaferro è un esempio lampante di questo nuovo trend mondiale, e ciò grazie alla lungimiranza dell’Amministrazione andorese che è stata capace di riconoscere un valore in quelle che furono le “rovine” di un magnifico palazzo ottocentesco quasi affacciato sul mare e da molti decenni abbandonato, facendolo diventare una delle eccellenze della Riviera di Ponente, per bellezza, importanza storica e capacità di accoglienza”.

Le due mostre qui esposte concludono il primo anno di attività di Palazzo Tagliaferro ha prodotto una ricca serie di eventi, oltre quindici, registrando un successo di spettatori e una buona ricaduta sulla stampa nazionale e internazionale che ha promosso il “marchio” Andora presso importanti bacini turistici. L’apertura dei giardini e dell’anfiteatro di fronte al palazzo, oltre che il campo giochi e di bocce, hanno permesso la creazione di ulteriori nuovi eventi come la rassegna “Sguardi Laterali”. Il primo anno di attività è sempre anche una fase di avvio, di conoscenza e di potenziamento. Per l’anno a venire ci aspettiamo un ulteriore arricchimento delle proposte lungo tutto il corso dell’anno, poiché Palazzo Tagliaferro è innanzitutto un luogo pensato per gli andoresi, che possono trovare qui un’offerta culturale anche al di fuori dei mesi di alta stagione turistica. Ad oggi, siamo molto soddisfatti e ringraziamo tutti coloro che hanno lavorato al progetto, sia il personale del Comune, sia le persone di Whitelabs. La professionalità e l’impegno profusi da tutti hanno permesso di portare ad Andora artisti di calibro internazionale, come Jane McAdam Freud, Kazuo Ohno o Enrico Rava, e una quantità di arte contemporanea di alto profilo, che è stata recensita positivamente, aumentando il prestigio di tutta Andora.

Franco Floris

Sindaco di Andora

Palazzo Tagliaferro, è stato inaugurato nel 2009 dopo un attento lavoro di restauro durato due anni.

Le Faux Miroir

Federico Gori | Antonio Lo Pinto | Silvia Mei
Noemi Montanaro | Liesje Reyskens | Anna Witt

Nel 1929, René Magritte, dipinge “Le Faux Miroir”. Il dipinto è un olio su tela di piccole dimensioni (soltanto 54x81cm), ed oggi è conservato presso il MoMA di New York. In questo periodo viene esposto nella grande mostra personale che il museo americanodedica al grande pittore surrealista belga (“Magritte: The Mistery of Ordinary”, fino al 12 febbraio 2014).

“Magritte dipinge tre versioni di quest’opera, una delle quali regalerà a Man Ray come segno di gratitudine per averlo ispirato. L’opera raffigura un occhio in primissimo piano: nell’iride si riflette un cielo azzurro e nuvoloso con al centro un punto nero. Il dipinto indica un punto nevralgico della proposta surrealista: l’organo della visione, il quale non è più considerato uno specchio fedele della realtà esterna, bensì come uno specchio “falso” che riflette l’interiorità di chi guarda sulle cose del mondo. Capovolgendo il primato dell’interiorità a sfavore dell’oggettività esterna, ogni cosa concreta diventa simbolo e la pittura surrealista lo utilizza come tale per comporre un linguaggio nuovo capace di scardinare il realismo a favore di uno psichismo che aprirà le porte della modernità rendendo i linguaggi dell’arte molto più liberi e disinibiti”.

Il curatore della mostra trae spunto da quest’opera per raccogliere un gruppo di artisti attorno alla ricognizione di una realtà che assume i toni di una “allucinazione”, sia intima sia condivisa.

Federico Gori

La grande installazione di specchi di Federico Gori (Prato 1977, vive e lavora a Pistoia), neo vincitore del Premio Metaenergia del Talent Prize di Roma, presenta “Corri a dire al re che il cielo sta crollando” verso tratto dall’Apocalisse di San Giovanni: un pavimento di specchi che l’artista ha inciso e pensato per il Battistero di San Giovanni a Pistoia, traducendo in installazione una scena dell’annuncio al re in cui appare la visione della caduta del cielo. L’installazione, fatta dispecchi frantumati e incisi ad arte con punta di diamante, segue l’ordine formale che si sviluppava attorno al fonte battesimale. Sono incisioni che richiamano alla mente rivoli d’acqua oppure radici e che vieneadattata per le sale affrescate di Palazzo Tagliaferro.

Antonio Lo Pinto

Le sculture marmoree, a forma di grandi pupille, realizzate da Antonio Lo Pinto(Catania, 1956, vive e lavora a Firenze) presentano una interpretazione dell’organo della visione che si rifà ad un surrealismo approcciato con piglio concettuale. Le sculture in marmo di Carrara, sono grandi come palle di antichi cannoni, posate a terra come le bocce di un biliardo allucinatorio dove il richiamo alla visione è rotatorio e rimanda a immagini psichedeliche. La forza di gravità e la levigatezza del materiale rendono l’installazione realistica e surreale al tempo stesso.

Silvia Mei

Silvia Mei (Cagliari 1985, vive e lavora a Milano), espone una serie di grandi dipinti su carta, una produzione recente, nella quale la giovane artista sarda ritrae se stessa, i suoi familiari e il cerchio di amicizie più care in forme che mettono insieme il corpo umano e il corpo animale con finalità affettive. In questi affreschi, si fondono motivi surrealisti e della bad painting, con esiti che devono molto anche all’arte naïf, a cui la Mei ha dedicato una recente tesi di laurea.

Noemi Montanaro

Noemi Montanaro (Napoli 1986, vive e lavora a Napoli) presenta una serie di recenti sculture in cui la Natura viene riconsiderata e ricomposta al fine di ottenere immagini di bellezza e di armonia nuove. Montanaro, con grande rispetto, cerca e raccoglie alcune specie di animali colti da morte naturale e attraverso la tassidermia tenta il recupero della loro consistenza e personalità, rinnovata grazie ad una “rilettura” della forza imperiosa della natura che diventa metafora di uno stravolgimento dei codici umani della bellezza rivista in chiave surrealista e visionaria.

Tutti gli animali utilizzati per realizzare le opere di Montanaro sono morti per cause naturali.

Liesje Reyskens

Nella sua serie di fotografie, Liesje Reyskens (Zonhoven, Belgio 1984, vive a lavora in Belgio) riflette sull’utilizzo del corpo femminile come veicolo di codici comportamentali e identitari, all’interno di una realtà che è quella della pubblicità commerciale. Le sue adolescenti esprimono il candore di una femminilità consapevole ed eccentrica. Alcune di loro sono ritratte con tipici oggetti del lavoro domestico: oppure in situazioni stereotipate tipiche dei set pubblicitari. Reyskens usa gli stereotipi di una fotografia commerciale per svelare i codici che stanno alla base di un modello femminile sempre più globalizzato.

Anna Witt

Anna Witt (Wasserburg am Inn, Germania, 1981. Vive e lavora a Vienna) usa il video come mezzo di ricerca e di messa in luce dei più reconditi pensieri che si sviluppano nelle società avanzate in merito a temi di comune attualità. Nella video room di Palazzo Tagliaferro, Witt presenta “The Eyewitness”, mostra una serie di interviste che l’artista ha operato presso classi di giovanissimi scolari chiamati a commentare fatti di attualità, di politica, di economia e sociali. I pensieri espressi dai giovani salisburghesi, riflette una realtà spesso sognante e a volte crudele, svelando i processi di pensiero attraverso i quali le giovani menti leggono il mondo che sta loro attorno.

Vania Comoretti

Visibile

La mostra personale di Vania Comoretti (Udine 1975, vive e lavora tra Udine e Venezia), raccoglie lavori eseguiti negli ultimi anni, fino a opere inedite create appositamente per la mostra di Andora. La sua mostra ha molti punti di contatto con il tema della mostra collettiva Le Faux Miroir, e occupa tre ampie sale di Palazzo Tagliaferro, per rendere omaggio ad un’artista emergente già vincitrice dell’ambito Premio Shadow, indetto dalla Saatchi Gallery di Londra.

Nel suo progetto più recente intitolato “Iride”, Vania Comoretti analizza la parte dell’occhio che più di tutte vanta una letteratura scientifica, filosofica, esoterica, di grande importanza. L’interesse di Comoretti per l’iride nasce da una vicenda personale che viene analizzata nel suo essere specchio di legami di sangue e genetici. L’iride si perpetua all’interno delle generazioni di una stessa famiglia. Per Comoretti, identifica “il luogo di appartenenza delle persone”. I ritratti restituiscono lo sguardo allo spettatore, in un gioco di “mise en abime” per cui l’opera guarda colui che la guarda, delineando così un vis-à-vis tra opera e fruitore.

I ritratti di Comoretti sono spesso dei polittici nei quali il volto della persona rappresentata (di solito appartenente ad un cerchio ristretto composto da familiari e amicizie strette) viene analizzato sotto diversi punti di vista e di luce. Il ritratto come genere viene quindi ripensato attraverso una moltiplicazione di sguardi che tentano di rendere conto della complessità e fascino del reale.

Comoretti utilizza un procedimento di ingrandimento e di focalizzazione del dettaglio, portando in luce il particolare per studiarne il colore, la luce, la brillantezza, la tessitura biologica. Così facendo Comoretti usa l’idea dello “studio” antico, dello schizzo preparatore, che nel disegno antico accoglieva su uno stesso foglio varie pose del capo e dettagli espressivi. Ella traccia una bio-logia, una logica del bios, del corpo organico che nella sua configurazione può diventare scrittura, geroglifico, perfino simbolo. Molta filosofia contemporanea ha sostenuto una rivalutazione del corpo nei confronti dell’anima, ribaltando la logica meccanicistica che la modernità aveva ricavato da Cartesio, per avvalorare la tesi di un corpo che è anche anima e di un’anima che è anche corpo, ovvero di una non separabilità tra quella scrittura fisica e organica che è il nostro corpo e quel principio ordinatore che detta le regole di tale scrittura, qual è l’anima.

Il lavoro di Comoretti è alimentato da una profonda intenzione analitica, dalla volontà di rappresentare la forza e il senso di una “mappatura” dei corpi che in questa nuova occasione espositiva si basa sulla ricerca di un progetto che nasce dalla constatazione che il “personale è reale” ed è fatto di sensazioni tattili, di sguardi unici e irripetibili, di cui la mostra rappresenta un tentativo di esaltazione, profondamente conturbante.

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