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CONVERSAZIONE SUL METODO KIAROSTAMI

INCONTRO CINEMA

 

Contemporary Culture Center di Palazzo Tagliaferro
Conversazione sul Metodo Kiarostami

ingresso libero
Sabato 11 marzo alle ore 16.45

Nel contesto della mostra Vis-à-vis Abbas Kiarostami | Vincenzo Cabiati Motori dell’Immaginario Fuochi Narrativi del Fermo-Immagine, a cura di Clelia Belgrado e Viana Conti, è prevista per il sabato 11 marzo alle ore 16.45 una “Conversazione sul metodo Kiarostami” a cui parteciperanno:

Vincenzo Cabiati: artista

Viana Conti: giornalista e critico d’arte

Abbas Gharib: autore del Libro “Kiarostami, Perché Cinema”

Tatti Sanguineti: critico cinematografico e autore televisivo

La conversazione è proposta in concomitanza con il finissage della mostra Vis-à-vis Abbas Kiarostami | Vincenzo Cabiati mostra che il Contemporary Culture Center di Palazzo Tagliaferro ha voluto dedicare ad Abbas Kiarostami cineasta e narratore persiano di grande talento.
Un approfondimento sulla sua tecnica, sull’evoluzione del suo lavoro così vicino a quello di alcuni pittori e scrittori, che rifilando eliminano il superfluo.
Kiarostami riesce ad arrivare al cuore della storia, alla verità essenziale ed universale.
Si tratta di una capacità molto rara e molto importante. Abbas Kiarostami in genere usa versioni di prova prima di iniziare le riprese vere e proprie dei film che possono essere paragonate agli schizzi di un artista che guarda ad essi come ad un riferimento e ad un aiuto per raggiungere il risultato finale.
Il metodo Kiarostami, evidenzia un parallelismo fra la realizzazione di un film e di una qualsiasi altra opera d’arte, nasce dall’idea di realizzare un’opera personale contribuendo alla realizzazione dell’opera cinematografica.
Un linguaggio, quello di Kiarostami, che va oltre le parole.
D’altronde come dice Abbas Gharib, architetto vecchio amico di Abbas Kiarostami, “lui stesso non si considerava un uomo del cinema e fu del tutto casuale il suo coinvolgimento in questo universo… il motore segreto della sua visione del mondo: la Poesia, connaturata alla sua persona, come un dono dalla nascita..è il segreto alla base della poetica del cineasta”
Abbas Kiarostami è nato il 22 giugno 1940 a Teheran, in Iran. Ha dimostrato fin da piccolo un grande interesse per il disegno e, a diciotto anni, ha partecipato ad un concorso di grafica che poi ha vinto. Ha studiato alla Scuola di Belle Arti di Teheran lavorando come grafico, illustratore e regista di spot pubblicitari per mantenersi agli studi. Nel 1969 ha fondato il dipartimento di cinema presso l’Istituto per lo Sviluppo Intellettuale di Bambini e Ragazzi, che è stato anche il luogo in cui ha diretto i suoi primi cortometraggi. Nel suo primo film, Il pane e il vicolo (1970), Abbas Kiarostami analizza l’importanza delle immagini e il rapporto tra realismo e finzione. Il suo tema preferito, l’infanzia e il suo universo, emerge in una lunga serie di cortometraggi, mediometraggi e lungometraggi, grazie ai quali è riuscito a raggiungere il difficile equilibrio tra stile narrativo e stile documentaristico. Homework (1989), il suo ultimo film sull’infanzia, è un buon esempio di cinema poetico in grado di denunciare con delicatezza alcuni aspetti controversi della società iraniana. Con Close-Up (1990) ha poi voltato pagina. In meno di una settimana il regista, traendo spunto da una notizia di cronaca e coinvolgendo i reali protagonisti della vicenda, ha realizzato una storia in grado di portare la realtà nel regno della finzione. E la vita continua (1992) e Sotto gli ulivi (1994) completano una trilogia iniziata con Dov’è la casa del mio amico? (1990). In quest’ultimo gli effetti devastanti di un terremoto nel nord dell’Iran servono a smascherare le menzogne del cinema. Il sapore della ciliegia (1997) ha segnato l’inizio di una fase introspettiva del regista, nonché il suo ingresso nelle file degli autori premiati. Il film, che racconta la storia di un cinquantenne ossessionato dall’idea di suicidarsi, è un’ode alla libertà individuale. Apprezzato dalla critica è stato denunciato dalle autorità religiose iraniane. Un ritmo lento e contemplativo, un intreccio semplice, e i riferimenti alla poesia persiana e alla filosofia occidentale sono i tratti distintivi del lavoro profondamente originale del regista. Il suo gusto per l’improvvisazione si innesta su sceneggiature appena abbozzate, con attori non professionisti e un montaggio che cura da solo.

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