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MOTORI DELL’IMMAGINARIO Fuochi Narrativi del Fermo-immagine Vis – à – Vis Abbas Kiarostami | Vincenzo Cabiati

Palazzo Tagliaferro – Contemporary Culture Center

Galleria Civica al piano nobile di Palazzo Tagliaferro

Largo Milano, ANDORA (SV)

a cura di Clelia Belgrado e Viana Conti

Motori dell’Immaginario

Fuochi Narrativi del Fermo Immagine

Vis – à – Vis

Abbas Kiarostami Fotografa Vincenzo Cabiati Cristallizza il tempo

Ingresso Libero

MOSTRA PROROGATA FINO AL 26 MARZO 2017

orari d’apertura: da giovedì a domenica ore 15:00 – 19:00

Si ringrazia per la collaborazione:

Carlo Fossati, e/static

Abbas Gharib, Tenstar Community, Movimento per la nuova formazione, cultura e creatività

VisionQuesT contemporary photography

 

ANDORA – Apre la stagione espositiva autunnale del Centro di Cultura Contemporanea di Palazzo Tagliaferro la mostra internazionale “Motori dell’Immaginario – Fuochi Narrativi del Fermo Immagine” Vis-à-Vis Abbas Kiarostami e Vincenzo Cabiati, promossa da C|E Contemporary Milano. L’inaugurazione ha luogo sabato 24 settembre alle ore 18.30 alla presenza del Sindaco Mauro Demichelis e dell’Assessore alla Cultura Maria Teresa Nasi.

Questa mostra, che va ad arricchire il grande mosaico di iniziative artistico-culturali promosse dal Comune di Andora, programmata da oltre un anno, con la recente scomparsa di Abbas Kiarostami maestro del cinema iraniano, si configura come omaggio al regista vincitore della Palma d’oro del Festival di Cannes nel 1997.

L’esposizione confronta una selezionata serie fotografica in bianco e nero, intitolata Strade/Roads e un’altra significativa serie a colori, intitolata Il Muro/The Wall, del grande fotografo e regista iraniano Abbas Kiarostami, recentemente scomparso a Parigi, con le splendenti installazioni di ceramica, le oniriche teche di plexiglass, le seducenti suggestioni filmiche, dell’artista italiano Vincenzo Cabiati.

In un frontale vis-à-vis tra Abbas Kiarostami, pregnante fotografo del viaggio e del vissuto, nonché regista di film senza sceneggiatura, e Vincenzo Cabiati, pirata del prelievo non autorizzato, nonché metteur en scène di copie senza copione, il cinema agisce come archivio e motore di potenzialità impensate. Il primo, qui fotografo, ma nella sua storia grande regista, sceneggiatore, poeta, pittore, scultore, iraniano, nato a Teheran il 22 giugno 1940, morto a Parigi il 4 luglio 2016; scultore, modellatore, disegnatore, pittore, concettual/visionario italiano, nato a Vado, residente a Milano, il secondo. Pathos, meditazione ed emozione attivano, in entrambi gli artisti, sommovimenti inventivi e riflessioni sulle pieghe dell’essere.

Strade serpentine di terra battuta in deserti assolati, muri di cemento, di pietra, di legno, d’ombra e di nuvole, sapori intensi della vita e della morte, della pace e della guerra, delineano il mondo di Abbas Kiarostami, un regista che non cessa di praticare incisive incursioni nella fotografia, nelle arti visive, nella scultura. Perché un regista decide di fotografare? Ho deciso di fotografare per non trasformare in tortura il piacere di godere un paesaggio magnifico in presenza di altri – sono parole dell’artista iraniano. In qualche modo – continua – ho consegnato all’eternità momenti privati di passione e dolore. Nella sequenza delle cinque splendide fotografie in bianco e nero, c’è una veduta dall’alto della campagna, le cui strade solcate dalle impronte dei mezzi di trasporto sembrano contornate di pennarello nero, dove un unico albero, come un ombelico al centro di un pallido ventre, racconta la sua storia di solitudine. C’è una strada nel bosco, ancora in bianco e nero, delineata da macchie di luce e ombra, immaginata Con il vento (2001) e, forse, con Un lupo in agguato (2003), titoli di sue raccolte di poesia. Uno scenario quotidiano, un’inquadratura di paesaggio – ha occasione di dichiarare Kiarostami – desta interesse giusto a partire dalla sua messa in cornice.

Cristalli di fuoco, fiori di neve, sapori di sale, permeano il mondo di Vincenzo Cabiati: un artista attraversato da flash filmici, che cercano spazio, volume, peso, nella materia ceramica, nel bronzo, negli splendori di porcellane bianche, argento e oro, di dichiarata ascendenza fontaniana. C’è un bosco senza strada in cui si percepisce, come scrive Bettina Della Casa, Lo sfibrarsi degli alberi, protagonisti di tante immagini, tra luce e ombra, positivo e negativo, pieno e vuoto, nel corpus enigmatico della sua opera.

Quei dispositivi visivi che nei volumi delle ceramiche e nei lavori bidimensionali di Vincenzo Cabiati azionano lo sguardo, il punto d’osservazione, gli occhi, le Ciglia, le complicità voyeuristiche con un possibile soggetto esterno, in Kiarostami attivano i campi lunghi e totali dei paesaggi, in bianco e nero, del ciclo fotografico Strade/Roads e in parallelo di circa venti intensi fermi-immagine, a colori, del ciclo Il Muro/The Wall: verosimili inquadrature, in soggettiva o in oggettiva, di un’ipotetica figura della narrazione filmica.

Ne scaturisce, in un incendiato corpo-a-corpo tra sapori ancestrali mediorientali e abbordaggi corsari di segno occidentale, un racconto senz’argini, in cui gli scatti fotografici del grande regista iraniano Abbas Kiarostami fanno razza con gli indecidibili monumenti ceramici, bronzei, immaginali, del pirata ligure, trapiantato a Milano, Vincenzo Cabiati.

Le strade di Kiarostami sono nastri grigi che si snodano nel deserto umano; sono ipotetici piani lunghi in cui l’orizzonte si alza, tra nuvole foriere di tempeste violente, si insinua tra i fianchi sensuali di colline rocciose, si abbassa sulla terra battuta dal vento ad aspirarne i profumi. I suoi muri scritti dalle impronte del vissuto, dal degrado del tempo che scorre, dalle intemperie della Natura, da un tubo azzurro, una grata, il ciuffo verde cupo di un rampicante, rinviano all’idea di sbarramento o di riparo, e si presentano come fotografie che sfidano l’intensità gestuale e cromatica della pittura. Kiarostami gioca la sua partita tra vero e falso, tra realtà e illusione, per lasciar affiorare, dal profondo, indizi di verità.

I bronzetti, concitati e barocchi, di Vincenzo Cabiati sembrano creature laviche costruite con cenere e lapilli. Ora sono Giubbe rosse, rinvianti a strisce di Blek-Macigno e insieme al Barry Lyndon di Kubrick (1975) che ribaltano in un abbraccio erotico il momento sospeso tra l’ultimo respiro e la morte, ora alberi per il bosco di un John Keats, Bright Star filmica di Jane Campion, che dedica un’ode all’usignolo, ora un Orso travestito (tratto dai miti svizzeri del Duo Fischli/Weiss), abbandonato su una poltrona settecentesca o affiorante dalle acque gelide di un lago alpino. Tra le installazioni in ceramica, alimentate da suggestioni filmiche e fiabesche, compare un pupazzo niveo, di terracotta bianca, che guarda, attonito, le fiamme di un focolare di improbabile ghiaccio, in cui bruciano verosimili ceppi di legno. Una bambina bionda, La figlia del poliziotto degli Anni in Tasca di Truffaut, non si perita di far sapere al vicinato che ha fame, comunicandolo, con un megafono, dal poggiolo con decorazioni celesti. Davanti alla parete riflettente, dagli effetti liquidi, da cui avanza, in aggetto, la piccola dormeuse, ripresa da quella in cui Richard Wagner ideava la sua Cavalcata delle Valchirie, la conturbante lsabella Rossellini di Blue Velvet, firmato David Linch, entra in scena uscendo da un tempo sospeso sulla soglia del caso, per cantare all’autore la più ipnotica delle ninna-nanne.

Stesse modalità di assaporare la realtà e il sogno, il quotidiano più deprimente e la favola più surreale, quelle di Abbas Kiarostami e di Vincenzo Cabiati, due artisti per cui l’arte è sempre contemporanea. In entrambi l’enigma scaturisce dai rispecchiamenti della realtà nell’illusione e dell’illusione nella realtà, nel gioco che avvicina e allontana, con un ribaltamento di cannocchiale, la rappresentazione estetica dalla presenza reale.

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