Menu

OTTO VARIAZIONI SUL GUSTO

Palazzo Tagliaferro – Contemporary Culture Center

Presenta due mostre a cura di Viana Conti

“Otto Variazioni sul Gusto:

Immaginario Imbandito – Delizie e Veleni di un menù di massa”

Peter Aerschmann | Sonam Dolma Brauen | Roberto de Luca | Leyla Goormaghtigh

Alex Güdel | Sophie Schmidt | Adriana Stadler | David Zehnder

 

con il patrocinio  del Consolato Generale di Svizzera a Milano

“Cina. I colori del Riso”

Jean – Pierre Giovanelli

 

Dal 2 maggio al 31 luglio 2015

Centro D’arte Contemporanea al  piano nobile di Palazzo Tagliaferro, Largo Milano, ANDORA (SV)

Inaugurazione Sabato 2 maggio 2015

ore 18.30 Saluto delle Autorità e inaugurazione della mostra

ore 19.00  Introduzione alla mostra della curatrice Viana Conti

a seguire rinfresco

Informazioni 348 90 31 514

 

orari d’apertura:

da giovedi a domenica ore 19 – 23 dal 22 giugno

 

 

ANDORA – Il Centro di Cultura Contemporanea di Palazzo Tagliaferro avvia un ciclo di mostre da maggio  a ottobre 2015  sulla tematica dall’Expo Universale di Milano: alimentazione e nutrizione del pianeta. La rassegna attiverà scambi transnazionali fra Palazzo Tagliaferro ed artisti provenienti da differenti parti del mondo. Il percorso espositivo prende l’avvio con due mostre a cura di Viana Conti.

 

 “Otto Variazioni sul Gusto: Immaginario Imbandito – Delizie e Veleni di un menù di massa” con il patrocinio del Consolato Generale di Svizzera a Milano è una mostra che presenta il lavoro di otto artisti della Fondazione PROGR di Berna Peter Aerschmann, Sonam Dolma Brauen, Roberto de Luca, Leyla Goormaghtigh, Alex Güdel, Sophie Schimdt, Adriana Stadler, David Zehnder.

Come una sfera di specchi da discoteca, ruotando riflette quanto accade nello spazio circostante, così lo scenario espositivo di questi otto artisti della Fondazione PROGR di Berna, riflette, nella mostra un mosaico di linguaggi, di culture di diversi Paesi di provenienza, di gusti, di passioni di filosofie di vita.

La centralità del discorso sul tema gastronomico autorizza, da parte degli artisti invitati, uno sguardo esteso alle offerte dell’industria culturale, nelle sue varie modalità comunicative, performative, informative, nonché alla qualità cerimoniale dell’evento e conseguentemente a quei rituali e tics di massa che la TV, i media, ed il cinema, grandi elaboratori dell’immaginario collettivo, non cessano di indurre e stimolare quotidianamente.

La mostra restituisce, attraverso i vari linguaggi espressivi, oscillanti tra pura manualità e tecnologia sofisticata, una brillante riflessione sul potenziale dei nuovi media e sulle correnti di pensiero che ad esse fanno riferimento, generando per lo spettatore, quella dimensione di ordine dialogico, che consente di negoziare significati e di condividere esiti, operando nelle varie sfere del sociale, sia a livello pubblico che interpersonale.

 

La project room del Contemporary Culture Center di Palazzo Tagliaferro, ospita la mostra “Cina. I colori del riso” che vede esposte le impegnate e scenografiche opere dell’artista francese Jean – Pierre Giovanelli  esponente internazionale del linguaggio installativo multimediale.

Il titolo, che utilizza il termine omografo ed omofono riso, inteso come cereale, ma anche come reazione fisico-emotiva-cognitiva, si carica altresì dalla sua colorazione simbolica e ideologico-politica. La visione del mondo di questo artista internazionale si esprime, nelle opere esposte, in un linguaggio, simultaneamente, di ordine visuale, sonoro, materiale ed immateriale, già appartenuto all’estetica degli anni Sessanta-Settanta. Saranno infatti in mostra opere a parete, una megascultura in fibra vetrosa, oggetti, un video.

L’artista Fellow della Bogliasco Foundation The Liguria Study Center for the Arts and Humanities, Genova, è stato presentato e recensito da eminenti critici, come Pierre Restany, storici dell’arte e scrittori come François Pluchart, filosofi contemporanei, come Jean Baudrillard, Paul Virilio e John Rajchman. Figura d’artista e d’architetto, Giovanelli espone, con la poetica che lo connota, dalla metà degli anni Settanta, quei simboli, quelle metafore, quegli archetipi, che sono funzionali ad una rappresentazione sfaccettata dell’attuale situazione della Cina nel Mondo.

Protagonista della mostra è il riso, che rinvia immediatamente alla nutrizione dei Cinesi, che ne sono i più antichi consumatori, produttori, ed esportatori, a livello globale. Non è bianco, neppure nero, come quello che si serviva alla tavola degli imperatori o quello della zona di Vercelli, ottenuto, recentemente, tramite misteriose alchimie, e denominato Venere, ma è rosso!  Rosso come una bandiera, un’ideologia, la rivoluzione, la passione, il desiderio? Sarà il pubblico ad interrogarsi. Perché oggi la Cina, Paese ex comunista, è la migliore manager del Capitalismo? Si chiede nei suoi testi e dibattiti il filosofo militante sloveno Slavoj Žižek. Il suo apprezzato interlocutore Alain Badiou non può non rilevarne la posizione ambivalente nei confronti di Mao Tse Tung. Lo stesso Maoismo, tuttavia, è segnato da un Taoismo che assegna una complementarità agli opposti, vedendo nella contraddizione il motore della natura, della società, del pensiero. Il sistema capitalistico della Cina d’oggi non sarebbe, nella sua visione, la versione esotica del capitalismo occidentale, ma il suo specchio.

Peter Aerschmann:

(nato a Friburgo, Svizzera, 1969, vive e lavora a Berna), video-artista, fotografo, autore di simulazioni al computer, strumento che viene utilizzato, nella sua opera, come generatore di aleatorietà, presenta un video in loop di 10’, del 2014, tratto dalla serie intitolata La fine del mondo, rinviante al modello cosmologico del Big Bang: la scena, girata sul tavolo della cucina, come luogo privilegiato della quotidianità, riprende la rotazione, nello spazio, di cibi e oggetti di consumo come un pollo,  del ketchup, un lecca-lecca, un marshmellow, un chewingum, le ossa spolpate del pollastro, una banana, un bicchiere di plastica, un cucchiaino, una sigaretta, una costellazione planetaria di dorata uva passa, una fetta di pane con un buco, al centro, che si apre e si chiude. La domanda è: cosa resta dell’universo, alla fine del mondo? Forse i resti del nostro pasto quotidiano, di quei gesti che  appartengono alla vita e che,come tali, si ripetono, indefinitamente, a partire dall’origine. 

Sonam Dolma Brauen:

è un’artista nata in Tibet, artisticamente formata in Occidente, attiva a New York ed a Berna. Dedita sia alla pittura astratta, ad olio ed acrilico, che alla rappresentazione di visioni che provengono dal mondo interiore, l’artista non cessa di riflettere sulla realtà come illusione. La sua pittura fluida e dai contorni sfocati come in Rothko, colora di luce le ombre della notte, di profondo blu il silenzio degli oceani, ricorrendo spesso ai colori caldi, sulla base degli aranci e delle ocre, che rammemorano quelli della sua terra natale. Per le sue installazioni utilizza creta, gesso, i tessuti delle tonache dei monaci, e legno. In parallelo alla sua denuncia della violenza del potere, ricorre nella sua opera la presenza di oggetti e forme simboliche e liturgiche riferite alla figura illuminata di Buddha. In mostra ad Andora le sue Offerte Sacrificali costituite da tre calici tibetani con denti di yak, pecora, maiale, mucca.

Roberto de Luca:

mediterraneo di nascita, mitteleuropeo di adozione (è nato a Rapallo nel 1962, Liguria, vive e opera a Thun e Berna) non cessa di lavorare sull’interfaccia tra una condizione interiore del comunicare, di carattere etico, e una modalità esteriore, di carattere estetico. Questa pratica autorizza una lettura della sua opera, dall’oggetto singolo all’accumulazione ambientale, come lavoro di soglia, teso da una parte verso l’interno di uno spazio semantico, dall’altra verso l’azione di ritorno, il feedback di una reazione esterna, di ordine collettivo. Lo specifico linguistico e l’interazione con il pubblico diventano pertanto fattori costitutivi dell’opera, che non è lecito separare senza rischiare una perdita di senso. Si intitola Tea-service il dittico fotografico che l’artista presenta in mostra. In un’atmosfera tanto luminosa quanto rassicurante, silente, rarefatta, da sfiorare la dimensione conventuale o addirittura clinica, l’osservatore si confronta con uno scenario di rilassante, quasi mistica, attesa: l’invito a prendere il tè in un salottino barocco, dove un tavolo rotondo è apparecchiato con la massima cura, con tanto di tovaglietta ricamata in lino bianco, tazze, teiera, zuccheriera, bricco del latte, vassoio di biscotti. A ben guardare, tuttavia, l’apparente gradevolezza dell’ambiente è turbata da una serie di indizi inquietanti: nell’atto di accostare la tazza di porcellana alla bocca, per gustare l’odoroso ed eccitante infuso, l’ospite subirà lo choc di scoprire che le decorazioni del Servizio da tè rappresentano scene di umiliazioni, violenze, sevizie e tortura subite dalle fasce deboli dei civili o dai prigionieri militari nelle recenti o passate guerre, forse nei Balcani, in Iraq, in Afghanistan o in altre zone di conflitto. La tensione dell’opera scaturisce dal contrasto tra lo smalto di una vita borghese, al riparo dalla volgarità, dal sudore, dal rischio e dal sangue e la realtà quotidiana vissuta in prima linea: due mondi che, a giudicare dagli effetti, sembra non siano troppo solidali.

Leyla Goormaghtigh:

(nata a Ginevra nel 1976, da padre belga e madre iraniana, vive e lavora a Berna) è un’artista  visiva che rappresenta, con il disegno a grafite e inchiostro e con l’acquarello, assemblage di elementi tratti dalla realtà, dall’immaginazione, dall’attività onirica, dagli archivi della memoria. Forme inventate in spazi astratti nuotano, come in una danza al ralenti, nel vuoto di un foglio bianco, si ibridano con elementi organici come foglie o pelliccia, con elementi tratti dalla realtà come il legno. L’artista non cessa di mettere in questione la prospettiva, mettendo in opera slittamenti dalla bidimensione alla tridimensione. Il suo lavoro riproduce il percorso della mente nel rendere leggibili dati incompatibili e non presenti negli archivi delle forme codificate e mnemonicamente depositate. Di formazione anche letteraria, l’artista sovente rinvia a dispositivi narrativi, frequentati dallo scrittore argentino Jorge Luis Borges, che attivano mondi di realtà parallele, slittamenti temporali, soggetti e oggetti, anche quotidiani, di misteriosa provenienza.

Alex Güdel:

(nato nel 1964, formatosi a Basilea e Vienna, risiede e lavora a Berna) è un artista incline al viaggio interiore, all’esplorazione dei meandri della personalità umana. Güdel opera sul terreno del figurativo, realizzando grandi tecniche miste su legno, in cui la pittura si coniuga intimamente con il collage. I suoi soggetti sono principalmente gruppi di personaggi in cui la figura umana (spesso ripresa dal contesto familiare o da se stesso), viene talvolta ibridata con animali e attorniata da grandi presenze vegetali. Le sue imponenti figure, dai colori di un grigio-azzurro metallico, affioranti dai vuoti neutri degli sfondi, sembrano provenire da un mondo immaginario, solenne ed arcaico, per dialogare con l’universo contemporaneo. Dedito al collezionismo di alcuni indumenti personali come il cappello ed i guanti, realizza straordinari collage di sapore Pop.  Protagonista della sua pittura, dalle forti valenze plastiche, in cui ricorrono presenze figurali sole o in gruppo, è la piega, di incisivo segno barocco.

Sophie Schmidt:

(nata nel 1969 a Friburgo, Germania, cresciuta ad Atene, residente a Berna) è un’accanita collezionista di micro oggetti quotidiani come tavolette di chewingum, cartellini dei prezzi, ricevute, fatture, carta di caramelle, buste, tubetti di colore, scritte pubblicitarie. Circondata dai micro e macro oggetti di una società consumistica a capitalismo avanzato, avvia un processo creativo manuale di ricostruzione iperdimensionata, in carta o cartone, di varie tipologie di prodotti seriali industriali come tute e sacche sportive, etichette varie, metri a nastro giallo da sartoria, contenitori di yogourth e latte di diverse dimensioni, riproducendone il design, le scritte, le pubblicità, i marchi di fabbrica, con una capacità di riproduzione mimetica straordinaria, al limite dell’indistinguibile dall’originale, realizzata rigorosamente e sistematicamente ad acquarello. I suoi allestimenti, accuratamente adeguati allo spazio espositivo, sono di carattere minimalista. Se, da una parte, l’artista è stimolata dal salto di dimensione dal micro al macro e dal confronto dell’originale con la copia, del vero con il falso, dall’altra, la sua opera  trasmette una riflessione ironica e malinconica sull’inarrestabile induzione dei bisogni in una società di massa. Incline alla meditazione, scrive in un suo testo, ad acquarello, naturalmente: It wouldn’t do any harm if you spend a moment relaxing to pass time! Non arrecheresti alcun danno se passassi un po’ di tempo in relax!

 Adriana Stadler:

(nata nel 1957 ad Aldorf vive e lavora a Berna) è un’artista che interviene con strumenti materiali e immateriali all’interno di spazi architettonici. I suoi lavori evidenziano le potenzialità percettive, formali, luministiche, energetiche, spaziali, volumetriche, emozionali, del colore, in varie tipologie di ambienti. Interviene con forme geometriche colorate anche in esterni, sulle facciate dei palazzi. Le sue azioni grafico-pittoriche sono di ordine spaziale, le sue installazioni si configurano, sovente, come insiemi di elementi poligonali e di contenitori di fluidi. La centralità della percezione nella sua opera si manifesta attraverso l’anamorfosi, la visione caleidoscopica, labirintica, proiettiva. Per i suoi interventi ambientali ricorre all’acrilico. Sul tema della nutrizione, espone un’installazione, intitolata Globula vulgaris, articolata su fotografie su alluminio e su una scultura di bottiglie, provenienti da una produzione anomala, che assemblate dal fondo, rinviano alla forma di un seno femminile e quindi al nutrimento. In mostra ad Andora le sue Bottiglie Pet, modellate a mano come sculture, rinvianti a strutture cristalliformi di Sali ossigenati, rocce metamorfiche, minerali, dai nomi seducenti di Chloritus, Dracon, Hydrolith, Quarzit , Quadrizeps.

David Zehnder:

(nasce a Brig nel 1978, vive e lavora a Berna) è un artista che ha studiato alla Scuola di Fotografia di Vevey e alla Scuola d’Arte Contemporanea e Disegno di Berna. Come un comune fotografo scatta immagini o le preleva da internet. Attingendo da materiali di professionisti o di video amatori, trasforma il suo ruolo di autore-artista in quello di un ricercatore che, esplorando l’altrove tramite scatti di estranei, abbassa la sua carica di soggettività e alza il suo spirito critico, realizzando una ricerca di carattere sociologico, culturale e politico, nello stile del documentarista. Nelle foto di Deer Crossing, 2013, l’artista si pone la domanda sullo statuto dell’immagine fotografica, sull’appartenenza dello scatto e sulla natura decorativa di un soggetto, come il cervo, che ricorre in dipinti ed arazzi da chalet, in quella tipologia d’arte che prende il nome di Kitsch Wild. Il suo lavoro si configura come una riflessione sulla società dei touch screen, dove la ritualità quotidiana, il consumo virtuale di un erotismo di massa, delineano un inquietante quadro del contemporaneo. In mostra a Milano presenta la video-proiezione All you can eat, 7’42”, del 2011, una serie di scatti ripresi, su internet, da video di dilettanti, in cui appassionati collezionisti di armi arrivano a presentarle con orgoglio, per ribadirne visivamente la proprietà, sul tavolo dove consumano la prima colazione. Il quadretto così concepito rientra classicamente nella tipologia della Natura Morta, dove il rimando alle simbologie di caducità delle Vanitas è inevitabile. David Zehnder afferma che, nel tentativo di sminuire il valore sociale delle armi, focalizza l’attenzione sul cibo, in modo da rendere leggibile la scena come un normale menu. Niente lo può trattenere, tuttavia, dal testimoniare la facilità con cui ci si può procurare dei fucili in una società che ancora li collega ad un codice di mascolinità. Riproducendo il momento esibitivo, da parte di un soggetto anonimo,  di armi, cibi, oggetti, Zehnder realizza un acuto ritratto delle insicurezze e del fanatismo di certi individui d’oggi.

Jean-Pierre Giovanelli:

artista e architetto, originario del Principato di Monaco è professore incaricato dell’Università Paul Valérie di Montpellier, attivo sul terreno delle installazioni multimediali. Soggetto della sua indagine artistica più recente è la Cina, così come viene percepita dal resto del mondo, con le sue ideologie e credenze spesso in contraddizione. Le opere riguardanti la Cina si compongono in gran parte di installazioni di riso, cibo di cui i cinesi sono tra i più antichi e grandi produttori, consumatori ed esportatori. In questo caso non è bianco e neppure nero, bensì rosso, colore che richiama altri elementi simbolo della Cina. Elaboratore di allegorie, metafore e archetipi, attivo sull’area dell’Estetica della comunicazione; attento al tessuto sociale della creatività, Jean-Pierre Giovanelli utilizza gli artifici visivi e sonori della tecnologia elettronica per formalizzare messaggi di ecologia mentale, altamente critici. Realizza emblematiche installazioni elettroniche, sculture, oggetti, dipinti, simulacri, tematizzando i valori della cultura umanistica ed estetica ed i patrimoni arcaici e primari della Mediterraneità, a partire dall’0lio di ulivo, e della Cina, a partire dal riso, declinato nelle sue valenze nutrizionali, emozionali, cromatiche, socio-politiche, ecologiche. Jean-Pierre Giovanelli è stato molto vicino e amico personale di Jean Baudrillard, Paul Virilio, Frank Popper, René Berger, John Rajchamn, Daniel Charles…

Comments are closed.